ONLUS E ONG, COSA CAMBIA COL NUOVO CODICE DEL TERZO SETTORE.

Onlus e ong riunite sotto la definizione di Enti del terzo settore (Ets): circa 300mila associazioni sono investite dal nuovo Codice del terzo settore o “decreto Bobba”, che da 2 mesi ha riordinato e ridefinito il panorama italiano del mondo del volontariato senza fini di lucro.
Se prima c’erano le organizzazioni non governative (ong) e le organizzazioni non lucrative di utilità sociale (onlus), da domani saranno tutte enti del terzo settore (Ets). Il codice fa parte della più ampia riforma del terzo settore, che ha avuto il suo primo passaggio ufficiale lo scorso giugno anche se è destinata a completarsi solo entro l’anno prossimo, quando sarà firmato l’ultimo dei 42 atti necessari tra deleghe governative e ministeriali e autorizzazioni europee. Quello che è certo al momento è che le organizzazioni interessate, che saranno censite e messe in rete tramite l’istituzione di un registro, sono circa 300mila e tra queste anche tutte quelle che si occupano di solidarietà internazionale con il Madagascar.

Le novità sono tante, alcune anche positive,
Sappiamo che non è una lettura facile, ma andrà fatta.

Abbiamo preparato una sintesi, presa da dispense del CSV di Modena, che illustra le novità e forma i responsabili delle nuove Ets

Buona lettura !


LA RIFORMA DEL TERZO SETTORE IN PILLOLE

Gli ambiti della riforma riguardano:

·         Il servizio civile volontario

·         L’impresa sociale

·         Il 5 per mille

·         Il codice del terzo settore

 

 I principi ispiratori

Cominciamo dai principi ispiratori, le condivisibili parole d’ordine che hanno animato la riforma: valorizzazione e riconoscimento, riordino e semplificazione e trasparenza e rendicontazione.

Valorizzazione e riconoscimento

Viene riconosciuto espressamente il valore delle formazioni sociali del terzo settore e le loro funzioni sociali.
Nell’ambito di un testo a valore normativo si da un riconoscimento legale al fenomeno sociale terzo settore e pertanto all’impegno delle persone attive in questo settore e alle attività delle tante organizzazioni che ne fanno parte impegnandosi per il benessere della comunità. Come ripetuto dal professor Stefano Zamagni in varie occasioni per sottolineare l’importanza del passaggio da un regime concessorio a un regime di riconoscimento “Non devo chiedere il permesso per fare del bene, ma per fare del male”. Per la prima volta pertanto c’è un riconoscimento del terzo settore e della sua importanza per la comunità in una cornice normativa.

Riordino e semplificazione

La riforma si sforza di razionalizzare la giungla delle norme sul terzo settore riunendo nello stesso testo (il codice del terzo settore Dlgs 117-17) tutte le norme relative al terzo settore con un notevole effetto di semplificazione. Il lavoro non è completo perché comunque per la piena applicazione delle nuove norme mancano ancora alcuni tasselli, ma lo sforzo e i risultati sono apprezzabili.
Nello stesso testo sono contenute le norme sulla regolamentazione civilistica e fiscale degli enti, sull’iscrizione al registro, sulla concessione di immobili e le attività di raccolta fondi, insomma una sorta di bibbia per gli enti del terzo settore che dovrebbe facilitare la vita degli enti e dargli tutti gli strumenti per capire come agire correttamente

Trasparenza e rendicontazione

La correttezza e la trasparenza sono concetti base attraverso i quali le organizzazioni del terzo settore testimoniano i valori alla base del loro operare.
La riforma lavora fortemente su questo, prevedendo una serie di strumenti a favore della massima visibilità di quello che le associazioni fanno e di come lo fanno, attraverso la previsione di specifici obblighi di trasparenza, rendicontazione e valutazione dell’impatto sociale.
Non si può non condividere il principio stabilito a favore della tutela della fede pubblica e della comunità che le risorse raccolte da un ente del terzo settore debbano essere impiegate con particolare cautela e in conformità alle finalità istituzionali dell’ente, anche se questo può implicare un maggiore lavoro amministrativo da parte dell’ente in materia di rendicontazione.

 

 

La definizione di enti del terzo settore

La riforma del terzo settore, nell’ottica di semplificazione e razionalizzazione , individua una definizione unitaria dei soggetti del terzo settore.

In base al codice del terzo settore pertanto sono enti del Terzo settore” le organizzazioni di volontariato, le associazioni di promozione sociale, gli enti filantropici, le imprese sociali, incluse le cooperative sociali, le reti associative, le società di mutuo soccorso, le associazioni, riconosciute o non riconosciute, le fondazioni e gli altri enti di carattere privato diversi dalle società costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante lo svolgimento di una o più attività di interesse generale in forma di azione volontaria o di erogazione gratuita di denaro, beni o servizi, o di mutualità o di produzione o scambio di beni o servizi, ed iscritti nel registro unico nazionale del Terzo settore”.

Questa definizione pertanto riunisce insieme soggetti già esistenti nella precedente normativa (associazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, imprese sociali, fondazioni, etc), insieme ad alcuni soggetti del tutto nuovi come gli enti filantropici e le reti associative. Tutti questi soggetti potranno iscriversi al Registro unico del terzo settore e così accedere a una serie di agevolazioni e benefici previsti per gli enti di terzo settore. Al tempo stesso tutti questi soggetti sono soggetti a una parte generale della normativa prevista per tutti gli enti del terzo settore.

Non possono essere enti del terzo settore (in breve ETS, che sarà anche la sigla da aggiungere al nome dei vari enti) gli enti pubblici, le formazioni e le associazioni politiche, i sindacati, le associazioni professionali e di rappresentanza di categorie economiche, le associazioni di datori di lavoro ed eventuali soggetti controllati da questi enti.

Il codice del terzo settore non si applica alle fondazioni di origine bancaria che quindi in senso stretto non sono considerati un soggetto del terzo settore.

Gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti che svolgano attività d’interesse generale potranno godere delle agevolazioni previste per gli ets e dell’applicazione del codice del terzo settore limitatamente alle attività di interesse generale adottando un regolamento ad hoc da depositare al registro del terzo settore.

Al di fuori degli enti del terzo settore continueranno a esistere realtà di tipo associativo o fondazioni senza scopo di lucro non iscritte al registro ma pienamente legali e operative: come fino ad ora non era un obbligo ma una possibilità l’iscrizione ai vari registri previsti dalla normativa specialistica (Onlus, volontariato, aps) così non sarà un obbligo iscriversi al registro del terzo settore.

 

I settori di attività

 

Gli enti di terzo settore, diversi da imprese sociali e cooperative sociali, che hanno i loro settori di attività indicati nel Decreto legislativo sull’impresa sociale, devono svolgere in via esclusiva o principale una o più attività d’interesse generale per il perseguimento senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale.

Le attività di interesse generale sono elencate nell’art. 5 del codice del terzo settore e potranno essere aggiornate con un apposito Decreto del presidente del Consiglio dei Ministri al fine di consentire ai settori di attività di rimanere al passo coi tempi e coi cambiamenti sociali a cui anche il mondo del terzo settore è soggetto.

L’impianto è simile a quello adottato precedentemente dalla normativa sulle Onlus che chiedeva lo svolgimento delle attività in uno dei 12 settori indicati dal Dlgs 460/97, ma con una descrizione dei settori molto più ampia come numero e contenuti.

 

Le Attività di interesse generale (versione semplificata per facilitare la lettura)

1. Gli enti del Terzo settore, diversi dalle imprese sociali incluse le cooperative sociali, esercitano in via esclusiva o principale una o più attività di interesse generale per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale. Si considerano di interesse generale, se svolte in conformità alle norme particolari che ne disciplinano l'esercizio, le attività aventi ad oggetto:

a) interventi e servizi sociali ( anche rivolte a disabili e anche sul tema dopo di noi)

b) interventi e prestazioni sanitarie;

c) prestazioni socio-sanitarie;

d) educazione, istruzione e formazione professionale, nonché le attività culturali di interesse sociale con finalità educativa;

e) interventi e servizi finalizzati alla salvaguardia e al miglioramento delle condizioni dell'ambiente e all'utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali, con esclusione dell'attività, esercitata abitualmente, di raccolta e riciclaggio dei rifiuti urbani, speciali e pericolosi;

f) interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio, ai sensi del codice dei beni culturali e del paesaggio;

g) formazione universitaria e post-universitaria;

h) ricerca scientifica di particolare interesse sociale;

i) organizzazione e gestione di attività culturali, artistiche o ricreative di interesse sociale, incluse attività, anche editoriali, di promozione e diffusione della cultura e della pratica del volontariato e delle attività di interesse generale di cui al presente articolo;

j) radiodiffusione sonora a carattere comunitario;

k) organizzazione e gestione di attività turistiche di interesse sociale, culturale o religioso;

l) formazione extra-scolastica, finalizzata alla prevenzione della dispersione scolastica e al successo scolastico e formativo, alla prevenzione del bullismo e al contrasto della povertà educativa;

m) servizi strumentali ad enti del Terzo settore resi da enti composti in misura non inferiore al settanta per cento da enti del Terzo settore;

n) cooperazione allo sviluppo, ai sensi della legge sulla cooperazione internazionale;

o) attività commerciali, produttive, di educazione e informazione, di promozione, di rappresentanza, di concessione in licenza di marchi di certificazione, svolte nell'ambito o a favore di filiere del commercio equo e solidale;

p) servizi finalizzati all'inserimento o al reinserimento nel mercato del lavoro dei lavoratori e delle persone svantaggiate secondo definizione di cui alle norme sull’impresa sociale;

q) alloggio sociale nonché ogni altra attività di carattere residenziale temporaneo diretta a soddisfare bisogni sociali, sanitari, culturali, formativi o lavorativi;

r) accoglienza umanitaria ed integrazione sociale dei migranti;

s) agricoltura sociale;

t) organizzazione e gestione di attività sportive dilettantistiche;

u) beneficenza, sostegno a distanza, cessione gratuita di alimenti o prodotti farmaceutici (anche in base alla legge anti sprechi) o erogazione di denaro, beni o servizi a sostegno di persone svantaggiate o di attività di interesse generale a norma del presente articolo;

v) promozione della cultura della legalità, della pace tra i popoli, della nonviolenza e della difesa non armata;

w) promozione e tutela dei diritti umani, civili, sociali e politici, nonché dei diritti dei consumatori e degli utenti delle attività di interesse generale di cui al presente articolo, promozione delle pari opportunità e delle iniziative di aiuto reciproco, incluse le banche dei tempi e i gruppi di acquisto solidale;

x) cura di procedure di adozione internazionale;

y) protezione civile;

z) riqualificazione di beni pubblici inutilizzati o di beni confiscati alla criminalità organizzata.

 

I settori di attività sono previsti per qualunque tipo di ente del terzo settore senza differenziazioni per associazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, fondazioni etc. Potranno essere diverse le modalità di svolgimento delle attività dell’ente a seconda della natura dell’ente stesso e della normativa specifica che lo regola.

Per esempio le modalità operative di un attività educativa potranno essere diverse se svolte da un’ organizzazione di volontariato o da un’ associazione di promozione sociale, visto che le associazioni di volontariato continuano a rivolgersi prevalentemente a soggetti non soci e le associazioni di promozione sociale hanno tra i destinatari delle attività anche i propri associati.

Dal punto di vista fiscale le attività di interesse generale, incluse quelle oggetto di convenzione, accreditamento o contratto di altro tipo, non si considerano commerciali quando svolte a titolo gratuito o dietro il versamento di corrispettivi che non superino costi effettivi.

L’ente del terzo settore mantiene la qualifica di ente non commerciale purchè la maggioranza dei suoi proventi rimanga non commerciale: si considerano commerciali anche le attività d’interesse generale se svolte con modalità imprenditoriali e per corrispettivi superiori a quanto indicato prima (puro rimborso spese o gratuità) e le attività diverse che l’ente potrà svolgere accanto alle attività d’interesse generale.
 

Le attività "altre"

L’oggetto principale dell’ente di terzo settore dev’essere lo svolgimento di una o più attività d’interesse generale. Accanto a queste attività sarà possibile svolgere anche attività diverse, a condizione che l’atto costitutivo e lo statuto lo consentano e che rimangano strumentali e secondarie rispetto alle attività d’interesse generale.

Uscirà un decreto ministeriale che definirà i limiti e i criteri in base ai quali queste attività potranno essere svolte, in considerazione dell’insieme delle risorse anche volontarie e gratuite utilizzate nei due settori

La definizione però sembra aprire maggiormente, rispetto al passato, la possibilità di svolgere attività di autofinanziamento per gli enti del terzo settore e la possibilità di svolgere attività commerciali accessorie per finanziare la propria attività istituzionale, a patto che non diventino l’oggetto principale dell’associazione.

Questa disposizione, insieme ad una definizione semplice di cosa deve succedere per essere qualificati enti commerciali (i proventi di attività commerciali devono essere maggiori rispetto ai proventi delle attività non commerciali o decommercializzate), e ai regimi forfettari previsti per gli enti del terzo settore fanno pensare a una facilitazione per le associazione nel poter legittimamente svolgere alcune attività con cui poi pagare la propria attività di interesse generale e facilitare il raggiungimento degli scopi ideali dell’associazione.

Ulteriore elemento positivo contenuto nella normativa è il fatto che l’attività di sponsorizzazione sia citata espressamente. Infatti quando si parla dei proventi dell’associazione per individuare se sia prevalente l’attività commerciale o quella non commerciale, sono citate esplicitamente le attività di sponsorizzazione (art. 79 5 comma) per dire che, entro i limiti del futuro decreto ministeriale, non saranno conteggiate tra le attività commerciali. In questo modo si apre la possibilità di svolgere attività di sponsorizzazione vera e propria (e quindi non solo di raccolta di donazioni) a tutti gli enti del terzo settore.

Molto dipenderà dai contenuti del decreto ministeriale che declinerà i limiti delle attività diverse, ma le premesse fanno ben sperare.

 

La raccolta fondi

Strettamente connesso con il tema delle attività diverse, che potranno consentire agli enti del terzo settore di avere delle entrate per finanziare le proprie attività d’interesse generale, trattato nella precedente puntata, è quello della raccolta fondi.

Il tema raccolta fondi è affrontato espressamente nell’art. 7 del codice del terzo settore, dando dignità normativa a questo importantissimo aspetto della vita associativa: senza risorse infatti è ben difficile portare avanti attività.

La raccolta fondi, in base al codice del terzo settore, è il complesso delle attività ed iniziative poste in essere da un ente del Terzo settore al fine di finanziare le proprie attività di interesse generale, anche attraverso la richiesta a terzi di lasciti, donazioni e contributi di natura non corrispettiva.

La definizione non è nuova di per sé, nuovo, invece, è il riferimento alla possibile continuità che queste attività possono avere in quanto lo stesso articolo continua dicendo che gli enti del Terzo settore, possono realizzare attività di raccolta fondi anche in forma organizzata e continuativa, anche mediante sollecitazione al pubblico o attraverso la cessione o erogazione di beni o servizi di modico valore, impiegando risorse proprie e di terzi, inclusi volontari e dipendenti, nel rispetto dei principi di verità, trasparenza e correttezza nei rapporti con i sostenitori e il pubblico, in conformità a future linee guida adottate con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali.

Molto dipenderà dai contenuti delle future linee guida sulle attività di raccolta fondi, ma la cornice predisposta dal legislatore si caratterizza in generale per una maggiore apertura in relazione ai tempi (non solo occasionalità), ai contenuti (non solo raccolta di donazioni, ma anche erogazione di servizi e beni di modico valore), ai modi (con risorse proprie e di terzi) e ai soggetti coinvolti (volontari e dipendenti dell’ente, nonchè eventuali terzi che mettano a disposizione risorse).

L’attività dovrà essere realizzata in modo trasparente nei confronti dei donatori e del pubblico e delle attività di raccolta fondi dovrà essere data idonea rendicontazione contabile nell’ambito del rendiconto annuale dell’associazione, per il quale è previsto l’obbligo di deposito presso il registro unico degli enti del terzo settore.

La filosofia di fondo della riforma sembra voler facilitare da parte delle associazioni le autonome possibilità di reperimento risorse economiche attraverso attività di raccolta fondi o attività commerciali da svolgere accanto all’attività istituzionale anche attraverso i regimi forfettari previsti per le varie tipologie di enti del terzo settore per dare modo agli enti di reperire autonomamente risorse, che permettano di portare avanti le proprie attività d’interesse generale, che costituiscono lo scopo per il quale l’associazione è nata.

La possibilità di svolgere attività di raccolta fondi occasionale, con lo specifico adempimento del fare un rendiconto separato per questo genere di attività da presentare in allegato al rendiconto annuale entro 4 mesi dalla chiusura dell’esercizio sociale, rimane comunque aperto per tutti gli enti non commerciali e in particolare per coloro che decideranno di non iscriversi nel registro unico degli enti del terzo settore in quanto l’art. 143 del T.U. sulle imposte sui redditi rimane in vigore.

Per gli enti del terzo settore iscritti nel registro nazionale sembrano aprirsi invece ulteriori possibilità da declinare alla luce delle future linee guida sulla raccolta fondi.

 I VOLONTARI

 

La riforma del terzo settore introduce la figura del volontario di ente del terzo settore definendo come volontario una persona che, per sua libera scelta, svolge attività in favore della comunità e del bene comune, anche per il tramite di un ente del Terzo settore, mettendo a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità per promuovere risposte ai bisogni delle persone e delle comunità beneficiarie della sua azione, in modo personale, spontaneo e gratuito, senza fini di lucro, neanche indiretti, ed esclusivamente per fini di solidarietà.

Tutti gli enti del Terzo settore possono avvalersi di volontari nello svolgimento delle proprie attività e sono tenuti a iscrivere in un apposito registro i volontari che svolgono la loro attività in modo non occasionale.

Quindi si generalizza la possibilità di utilizzo dei volontari per tutti gli enti del terzo settore (prima era una figura prevista solo per le associazioni di volontariato e le associazioni di promozione sociale) e si va allargare quello che potrebbe essere chiamato “il sistema volontariato”: possibilità di uso dei volontari e allargamento della generale incompatibilità tra la qualifica di volontario e di lavoratori retribuito (in qualsiasi modo) per l’ente del terzo settore nel quale si fa volontariato.

L’utilizzo di prestazioni lavorative gratuite è da considerare un'eccezione alla regola generale e pertanto questo allargamento della figura del volontario è una vera novità.

All’interno del terzo settore le associazioni di volontariato e le associazioni di promozione sociale sono tenute a portare avanti la loro attività istituzionale con l’apporto prevalente dei volontari definito anche numericamente: i soci volontari devono essere più del 50% di eventuali lavoratori retribuiti nelle odv, mentre per le aps vale il limite alternativo di più del 50% di eventuali lavoratori o del 5% dei soci.

I volontari non possono essere pagati: ad essi possono essere rimborsate le spese vive sostenute per lo svolgimento delle loro attività secondo la regolamentazione preventivamente deliberata dall’associazione. L’associazione potrà quindi deliberare di rimborsare al volontario pasti, trasferte o altre spese sostenute per la propria attività.

Il codice del terzo settore prevede anche la possibilità di un rimborso sulla base di una autocertificazione resa ai sensi dell'articolo 46 del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445 del volontario , purché non si superi l'importo di 10 euro giornalieri e 150 euro mensili e l'organo sociale competente abbia deliberato sulle tipologie di spese e le attività di volontariato per le quali è ammessa questa modalità di rimborso.

Non tutti  gli associati sono volontari e pertanto per gli associati non volontari non vige l’incompatibilità per eventuali rapporti di lavoro all’interno dell’organizzazione: il socio dovrà scegliere se fare volontariato o lavorare per l’ente.

I volontari occasionali sono esentati dall’obbligo assicurativo, anche se nella realtà non sarà facile definire chi sono i volontari occasionali.
Non si considerano volontari attivi anche coloro che coadiuvano occasionalmente a livello ammnistrativo il lavoro degli organi sociali, quindi chi da una mano per gli adempimenti amministrativi dell’ente, sembra al di fuori dell’obbligo assicurativo.

Al di là degli obblighi di legge quante e quali persone assicurare sarà comunque una scelta politica che l’ente dovrà fare al momento della stipula dell’assicurazione.

Sul tema assicurativo uscirà un apposito decreto ministeriale su meccanismi assicurativi semplificati, con polizze anche numeriche, e i relativi controlli.

In caso di convenzione con enti pubblici è confermato che gli oneri assicurativi sono tra le spese obbligatoriamente da rimborsare a carico dell’ente pubblico.

L'ASSENZA DI SCOPO DI LUCRO :

Cosa significa non avere scopo di lucro in base al codice del terzo settore?

Il patrimonio dell’ente del terzo settore non può mai essere ridistribuito o diviso tra gli associati, ma deve essere reinvestito nelle attività d’interesse generale per il perseguimento del le finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale oggetto sociale dell’ente.

Per l’esattezza il codice dice che il patrimonio non può essere diviso tra associati, fondatori, lavoratori, collaboratori amministratori e membri degli organi e indica una serie di elementi che sono considerati una divisione indiretta del patrimonio.

Una banalità: assenza di scopo di lucro non significa bilancio sempre in pareggio o assenza di “risparmi” per l’associazione. Nessuna norma dice che gli enti del terzo settore non possano accantonare delle somme per lo svolgimento delle attività future o stabilisce un limite al patrimonio dell’ente. Anzi è quanto mai opportuno che l’associazione abbia dei risparmi per i momenti bui e che il bilancio si chiuda in attivo per avere delle risorse per raggiungere i propri obbiettivi. Andiamo ad analizzare gli indici di divisione indiretta del patrimonio individuati dal codice del terzo settore:

1.   Pagare compensi sproporzionati agli amministratori o ai membri degli organi sociali

Per sproporzionati si intende non commisurati alle responsabilità assunte, all’attività svolta e alle competenze possedute o comunque superiori ai compensi previsti da altri enti operanti negli stessi settori o in settori analoghi.

 

2.   Pagare compensi sproporzionati a lavoratori o collaboratori

In questo caso per sproporzione si intende il pagare lavoratori e collaboratori più del 40% rispetto a quanto previsto dai contratti collettivi per le medesime mansioni, salvo comprovate esigenze di qualificare la propria attività d’interesse generale. Può essere criticabile il riferimento ai contratti collettivi quanto in realtà il terzo settore non ha un proprio contratto collettivo o per quanto riguarda i collaboratori, che in quanto autonomi ,un contratto collettivo non l’hanno per definizione, ma in ogni modo l’indicazione di massima è chiara: la retribuzione eccessiva di dipendenti e collaboratori potrebbe essere uno strumento di divisione indiretta del patrimonio.

 

3.   Acquistare beni o servizi a prezzi superiori al loro valore normale, senza valide ragioni

Anche fare acquisti “irragionevoli” potrebbe essere un modo indiretto di dividere il patrimonio. Al contempo l’associazione potrebbe avere valide ragioni per acquistare beni più costosi di altri: ad esempio per ragioni etiche l’ente potrebbe decidere di acquistare per la propria mensa solo cibo biologico o proveniente dalla filiera del mercato equo e solidale anche se questo causa un esborso maggiore dell’acquisto dei beni presso la grande distribuzione.

 

4.   Vendere beni o prestare servizi a favore degli associati, donatori, amministratori a condizioni più favorevoli di quelle di mercato a meno che questo non costituisca l’oggetto dell’attività d’interesse generale dell’associazione. In questo modo si vuole evitare che il far parte dell’associazione ( in senso ampio in quanto sono compresi in questa previsione anche i parenti entro il 2° grado  di soci, lavoratori e amministratori e eventuali società controllate dall’ente) porti a dei benefit tali da poter configurare una indiretta suddivisione del patrimonio.

 

5.   Corrispondere a soggetti diversi dalle banche interessi passivi su prestiti con tasso superiore di 4 punti al tasso annuo di riferimento. Anche il rimborso di prestiti con un forte tasso d’interesse a soggetti privati diversi dalle banche potrebbe essere un modo di dare al patrimonio dell’ente una destinazione diversa da quella della realizzazione delle attività associative.

 

Il registro unico del terzo settore

La definizione di ente del terzo settore è strettamente vincolata all’iscrizione nel registro unico del terzo settore: solo gli enti iscritti potranno definirsi enti del terzo settore.
La scelta di iscriversi naturalmente è facoltativa e non obbligatoria, ma chi deciderà di non iscriversi non avrà accesso alle agevolazioni previste dal codice del terzo settore.

Il registro unico andrà a sostituire tutti i registri esistenti (volontariato, promozione sociale, cooperazione sociale, Anagrafe onlus) con un grande aumento della trasparenza e dell’accessibilità dei dati sugli enti del terzo settore nei confronti dei terzi.
Il cittadino potrà accedere molto più facilmente a tutte le informazioni rilevanti sugli enti del terzo settore: oggetto sociale, statuto, rendiconto, nominativi di chi  ricopre le cariche sociali etc.
Sul fronte degli enti del terzo settore questo comporta una maggiore attenzione da parte delle stesse nella correttezza amministrativa e nelle comunicazioni da effettuare al Registro unico.

Il registro sarà tenuto dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali sulla base di uffici regionali che si occuperanno dell’istruttoria delle domande proposte sui loro territori. In ogni modo il regolamento e le procedure di iscrizione saranno uniche in tutta Italia e recepite dalle varie regioni, eliminando tante disparità presenti nel sistema attuale a causa dei differenti criteri di valutazione adottati dalla regioni o dalle direzioni regionali delle Entrate. Unica sarà anche l’infrastruttura informativa alla base del registro, attraverso la quale inoltrare le domande d’iscrizione e che renderà fruibili le informazioni ai terzi.

Entro un anno dall’entrata in vigore del codice del terzo settore (quindi dal 2 agosto 2017) il Ministero dovrà emanare il regolamento sulla procedura di iscrizione nonché le regole per la predisposizione e la gestione del Registro unico nazionale del Terzo settore e le modalità con cui è garantita la comunicazione dei dati tra il registro delle Imprese e il Registro unico nazionale del Terzo settore d’iscrizione e da quel momento le regioni avranno sei mesi per disciplinare i procedimenti per l'emanazione dei provvedimenti di iscrizione e di cancellazione degli enti del Terzo settore. Quindi per la piena attuazione di questa parte della riforma serviranno indicativamente dai 12 ai 18 mesi

Gli enti del Terzo settore  che si iscrivono nel registro unico nazionale del Terzo Settore dovranno indicare gli estremi dell'iscrizione negli atti, nella corrispondenza e nelle comunicazioni al pubblico.

Oltre che nel registro unico nazionale del Terzo settore, gli enti del Terzo settore che esercitano la propria attività esclusivamente o principalmente in forma di impresa commerciale sono soggetti all'obbligo dell'iscrizione nel registro delle imprese. Mentre per le imprese sociali, l'iscrizione nell'apposita sezione del registro delle imprese soddisfa automaticamente il requisito dell'iscrizione nel registro unico nazionale del Terzo settore.

Gli enti già iscritti ai registri esistenti saranno automaticamente iscritti nel registro unico e sarà loro concesso un termine di 180 giorni dal passaggio nel registro unico per l’adeguamento dei propri statuti ai requisiti richiesti dal registro o per integrazioni documentali richieste dall’ufficio regionale per il registro unico.

Il registro quindi rappresenta un passaggio cruciale nell’attuazione della riforma, ma in ogni modo per la sua attuazione sono previsti tempi medio lunghi e le associazioni esistenti avranno tutto il tempo di adeguarsi e valutare il passaggio al nuovo registro.

 

Registro unico del terzo settore - tempi

Decreto del ministero del lavoro e delle politiche sociali su procedure d’iscrizione e gestione del registro

 Entro 1 anno dall’entrata in vigore del codice del terzo settore (fino al 2.08.18)

Disciplina della procedura d’iscrizione di cancellazione da parte delle Regioni

Entro 180 giorni dal decreto di cui sopra

Regioni e province autonome rendono operativo il registro

Entro 6 mesi dalla realizzazione dell’infrastruttura informatica

L’ufficio regionale del registro chiede integrazioni o adeguamenti alle associazioni provenienti dai registri esistenti

Entro 180 giorni dalla trasmigrazione

Le associazioni regolarizzano la loro posizione e adeguano gli statuti

Entro 60 giorni dalla richiesta da parte dell’ufficio regionale per il registro unico

 

 

La tenuta della contabilità
La trasparenza nei confronti del mondo esterno è uno dei concetti cardine della riforma del terzo settore. Una delle sue realizzazioni pratiche è la disciplina relativa alla tenuta delle scritture contabili e il bilancio per gli enti del terzo settore.

Gli enti del terzo settore dovranno redigere un bilancio di esercizio formato da stato patrimoniale, rendiconto finaziario con indicazione di proventi ed oneri, corredato di una relazione di missione che illustri le poste di bilancio, l’andamento economico e finanziario dell’ente e le modalità di perseguimento delle finalità statutarie.
Gli enti del terzo settore con entrate (comunque denominate) inferiori a €.220.000,00 potranno redigere un rendiconto finanziario per cassa e, dal tenore letterale della norma, sembra non siano tenuti nemmeno alla redazione della relazione di accompagnamento.
Il quadro pertanto propone obblighi contabili differenziati a seconda della dimensione dell’ente e delle attività svolte.

Gli enti del terzo settore che svolgono prevalentemente attività d’impresa infatti dovranno tenere le scritture contabili di cui all’art. 2214 del codice civile, cioè libro giornale, libro inventari, le scritture contabili necessarie in base alla dimensione dell’impresa e l’originale della documentazione.
Il lavoro delle associazioni sarà facilitato dagli schemi di bilancio che verranno definiti attraverso un’apposita modulistica predisposta dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali sentito il consiglio nazionale del terzo settore.

Soffermiamoci per un attimo sulla relazione di missione: nuovo adempimento, ma al contempo strumento per far capire meglio chi siamo.
La relazione di missione infatti può essere un utile strumento per far capire i numeri alla base associativa e connetterli più strettamente con l’attività dell’associazione rendendoli comprensibili anche per i profani: in fondo il denaro serve per fare attività e “comperare cose” che ci aiutino a raggiungere i nostri scopi d’interesse generale.
Per questo, anche se non obbligatoria, potrebbe essere un strumento utile anche per gli enti di più piccole dimensioni per riflettere sul senso dell’uso delle proprie risorse e del “giro d’affari” dell’Associazione.

Nella relazione al bilancio dovrà essere documentato anche il carattere secondario e strumentale delle attività diverse ai sensi dell’art. 6 del codice del terzo settore.
Il bilancio delle associazioni sarà da depositare presso il registro unico del terzo settore entro il 30 giugno di ogni anno, insieme al rendiconto separato per le attività di raccolta pubblica di fondi o, in caso di enti che svolgono attività d’impresa, presso il registro delle imprese.
Questa è una grossa novità per le associazioni perchè implica il fatto che il bilancio degli enti di terzo settore iscritti nel registro diventi pubblico e accessibile a tutti con un notevole incremento della trasparenza che porta con sè un incremento nella cura amministrativa dedicata alla redazione di questi documenti.

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