Nel viaggio del Papa in Madagascar i temi della giustizia sociale, della disoccupazione e della deforestazione e difesa della biodiversità.

Con il viaggio settembrino di Francesco in Madagascar, anche tanti altri Italiani - oltre a quelli che già conoscono questo Paese e che, per la sua bellezza e la bellezza della sua gente, lo amano e gli perdonano i tanti difetti - hanno sentito parlare del Madagascar, citato anche dai giornalisti al seguito del Papa come il Paese più povero al mondo.
Il papa ha sollevato temi che ci porteranno a rimboccarci le maniche per dare risposte (non che prima fossimo solo dei contemplativi), ma ora ancora di più, sia che apparteniamo alla categoria volontari “religiosi” che a quella dei volontari “laici”.
Ma come fare?
Come fare nel Paese al mondo col più basso rapporto di aiuti internazionali/pro-capite? Come fare se, negli ultimi anni, l'APS (Aiuto Pubblico allo Sviluppo) dell'Italia per il Madagascar ha ben bene contribuito a questo brutto record, con appena qualche decina di migliaia di euro all’anno?
Il Madagascar si trova tra i Paesi maggiormente "in uscita" dalle dinamiche di aiuto internazionale, e tra quelli che maggiormente stanno pagando il salato conto dei conflitti medio-orientali e nord-mediterranei che hanno polarizzato la scena, ma anche le risorse.
Qualche giornalista l’ha sottolineato: il Madagascar è tra i Paesi maggiormente colpiti dai cambiamenti climatici (finalmente se ne parla!), con la conseguenza che nelle aree più colpite da carestie e siccità, soprattutto la parte meridionale, si muore ancora per mancanza di cibo e di acqua, col poco invidiabile aumento di + 3,9 milioni di persone denutrite in un decennio.
Ci siamo resi, inconsciamente ma ogni anno sempre di più, responsabili di ingiustizie, asimmetrie, iniquità, sperequazioni, con “priorità” verso alcuni Paesi (quelli dei migranti, quelli dei conflitti) che sono diventate anno dopo anno “esclusività”.
E’ stato così che un Paese pacifico, democratico, tollerante e multi-etnico, senza conflitti o terrorismi, senza odio razziale o religioso – come è stato rimarcato dalla collaborazione con la comunità musulmana per i terreni della spianata di Soamandrakizay - , è stato abbandonato a sé stesso e nel giro di pochi anni ha conosciuto il dimezzamento degli aiuti pubblici internazionali, l’isolamento e l’oblio.
L’emergenza – che ha ormai sostituito la cooperazione - concentra gli aiuti solamente dove possono sorgere fastidi per il Nord del Mondo. E i 27 milioni di Malgasci non danno proprio alcun fastidio e non sono bastate nemmeno le migliaia di morti per epidemie, di peste o di morbillo, per cicloni o siccità drastiche, a far cambiare il suo oblio.
Per l’Italia questo Paese quasi non esiste, agli ultimissimi posti della lista degli aiuti; voglio ricordare, ma senza astio, che tra i nostri Paesi prioritari c’è proprio quel Marocco che sta costruendo 200 moschee in Madagascar, con una virulenza e con modalità definite “aggressive” dagli stessi musulmani malgasci che non le hanno chieste.
La sproporzione di aiuto pubblico italiano pro-capite per un abitante del Madagascar rispetto a quello dei Paesi da noi più aiutati è terrificante, inaccettabile: oltre 100 volte inferiore. Una specie di punizione; ma i bambini che cercano da mangiare tra le discariche di Antananarivo o di Fort Dauphin o tra le spine dei fichi d’india selvatici, e nemmeno le loro famiglie senza lavoro, non hanno “punizioni da scontare”.
Francesco ha contribuito a rompere questo muro di indifferenza – secondo alcune ricerche è uno dei Paesi meno trattati dai nostri canali di informazione – e a far sapere che sono aumentati la povertà estrema (75% della popolazione con < 1 euro/giorno), il tasso di analfabetismo e quello di denutrizione infantile ed è diminuita la percentuale di popolazione che ha acqua e cibo a sufficienza e riesce a curarsi nelle pochissime strutture sanitarie presenti, come visto in occasione della recente epidemia di morbillo – di cui il papa ha incontrato alcuni bambini scampati alla lunga lista dei 1200 decessi - .
Ciò nonostante è uno dei Paesi col più basso fenomeno migratorio verso il nord del mondo; ma sarebbe sbagliato attribuirlo semplicisticamente all’isolamento geografico.
Visto che a noi sembra importare solo questo, cerchiamo di capire bene la lezione, di cui ci stiamo accorgendo sempre più negli ultimi anni: sono sì importanti gli aiuti per limitare le partenze, ma sono più importanti il sentimento di attaccamento alla propria terra, alle proprie tradizioni e cultura; il senso della dignità, dell’orgoglio, del patriottismo; il senso di importanza che si dà al proprio ruolo di riscatto nello sviluppo del Paese; la consapevolezza dell’emarginazione che ti può attendere in altri Paesi, dove pure quella malgascia è tra le comunità più integrate e meno problematiche; il senso della fierezza. Ecco perchè molti tra i giovani, che vengono a studiare o a lavorare in Europa, tornano in Madagascar, perché si sta meglio e perché vogliono “fare la propria parte” a casa loro.
Francesco al milione di Malgasci di Soamandrakizay, in maggioranza giovani, ha ricordato questo: avete da fare nel vostro Paese, i vostri governanti rimuovano la corruzione (e glielo ha ripetuto ben bene!), ma voi avete da fare bene qua, se ci saranno giustizia sociale, redistribuzione della ricchezza, lavoro e tutela dell’ambiente.
Ed è in queste 4 parole che, quasi magicamente, sembra si possa chiudere solidamente il cerchio. Sembrano parole fumose, come si legano? Mi viene in soccorso Pere Pedro Opeka che, prima di tutto, ha un merito, quello di essere una incarnazione vivente di come l’entusiasmo e la voglia facciano dissipare le nebbie. Partito nel dubbio di che cosa stesse facendo per i disperati della discarica di Akamasoa, oggi ha potuto accogliere il suo professore Francesco nella sua “città dell’amicizia”, che ha raccolto 25.000 disperati.
Continuiamo a portare avanti con ancora maggior convinzione i nostri progetti di giustizia sociale per i bisogni primari: con i nostri tanti ospedali e centri sanitari con servizi moderni e cure gratuite; con le nostre centinaia di scuole realizzate; con le nostre centinaia di pozzi e adduzioni di acqua.
Continuiamo con la creazione di lavoro, con le scuole di formazione agraria e gli orti comunitari, con il miglioramento delle produzioni agricole e di allevamento, per produrre il cibo a un paese che cresce in fretta; e proseguiamo con tutti gli sforzi possibili per creare i posti di lavoro di domani, dall’informatica al microcredito.
Continuiamo, aumentiamo, diffondiamo le esperienze di protezione dell’ambiente che ha richiamato il papa: dai rimboschimenti su grandi superfici quando possibile, oppure chiedendo a ciascun nostro beneficiario, persino al padre del bambino della nostra scuola, di piantare alberi nella brousse e di curarli.
Diffondiamo le belle esperienze di creazione di attività generatrici di reddito alternative alla distruzione delle foreste.
Come quella dell’associazione Tsiry Parma, che difende le foreste degli Zafimaniry distribuendo piante di vaniglia, caffè e pepe selvatico da piantare in foresta per raccoglierne i prodotti, affinchè l’importanza economica fermi gli agricoltori che vorrebbero bruciare la foresta.
O come quella dell’associazione milanese Kukula onlus che sta mettendo a punto delle economiche stufette pirolitiche che riducono al 20% il consumo di legna.
O come quella di Voiala che sta diffondendo la produzione di miele di foresta.
Se è vero che la solidarietà si fa col cuore, è vero tuttavia che si fa anche col portafoglio (molto poco coi decreti). Ma nel portafoglio delle associazioni le risorse stanno calando, calano le raccolte di donazioni e 5xmille, anche come “danno collaterale” della stagione di discredito delle ong degli ultimi anni, che si è riverberata anche sulle piccole associazioni di un Paese non migratorio.

Ecco perché ci siamo rivolti ai tanti amici onorevoli in Parlamento affinché, sulla scia del passaggio del papa, possano tentare tutto il possibile per metterci in condizione di fare al meglio e con le giuste risorse quello che già viene fatto in altri Paesi, senza discriminazioni.
Chiediamo loro aiuto ad aiutare e a mantenere viva una delle più ricche e storiche esperienze di volontariato italiano all’estero, con oltre 100 associazioni attive.
E c’è un fatto importante, sempre di più in questi tempi, che non si può né quantificare né delegare: la solidarietà in prima persona, l’unica vera risposta all'egoismo che genera xenofobia.
Creiamo degli argini duraturi contro il razzismo ridando centralità e visibilità all'impegno diretto delle persone, dei giovani in particolare, di Magenta, di Pisa come di Ragusa, con la possibilità di vivere esperienze a contatto con la povertà africana.
Sosteniamo con risorse pubbliche le associazioni che danno la possibilità di rimboccarsi le maniche, perché saranno l’alternativa alla “delega”, al “fate voi che sapete tutto”, al “prendete le mie briciole”.
Ce ne vorrebbero a centinaia di questi progetti con coinvolgimento e partecipazione, in cui si ritrovano insieme cittadini, piccoli comuni e associazioni, sono il miglior antidoto a una malattia che, se affrontata subito, è curabilissima: l'egoismo.
Il papa in Madagascar ha acceso una luce su un paese del sud del mondo oscurato, ma con una grande storia di collaborazione e vi invitiamo a venire con noi, a venire da noi, a partecipare in prima persona. I Malgasci ci aspettano, quando imparano che vieni dall’Italia si aprono in un grandissimo sorriso, fanno OK col pollice e ti fanno sentire orgoglioso di essere Italiano; non ce ne sono molti di Paesi come questi, il Madagascar è di sicuro uno di quelli ed è anche tra i più belli.